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Il sottile confine tra libertà e tirannia (Platone) .

Miscellanea57
Pubblicato da in Pensieri ed Incontri · 2 Novembre 2014
“Quando un popolo, divorato dalla sete  della libertà, si trova ad avere  a capo dei coppieri  che gliene  versano quante  ne vuole (ci si riferisce alla pluralità delle libertà ... Anche...),  fino ad  ubriacarlo, accade allora che,  se i  governanti resistono  alle richieste  dei sempre più esigenti sudditi, sono chiamati despoti.
E avviene pure che  chi si dimostra disciplinato  nei confronti dei superiori  è definito un  uomo senza  carattere, servo;  che il  padre impaurito  finisce per trattare il figlio come suo pari e non è più rispettato, che il maestro non  osa rimproverare  gli  scolari  e costoro  si  fanno  beffe di  lui;  che  i giovani pretendono gli stessi diritti, le stesse considerazioni dei vecchi e questi, per non parere troppo severi, danno ragione ai giovani.

In questo clima di  libertà, nel nome della  medesima, non vi è  più riguardo né rispetto per  nessuno. In  mezzo a  tale licenza  nasce e  si sviluppa  una mala pianta: la tirannia”.

Di seguito, il colloquio o meglio, la dissertazione tratta dal Libro VIII de "La Repubblica" di Platone in particolare quella in cui Socrate e Laucone parlano di tirannia come effetto naturale della democrazia.
Propongo ai lettori questo testo (purtroppo ... troppo, attuale) ....

«Ebbene, caro amico, qual è il carattere della tirannide? È pressoché evidente che si tratta di un trapasso dalla democrazia».
«Sì, è evidente». «Quindi la tirannide nasce dalla democrazia allo stesso modo in cui questa nasce dall'oligarchia?» «In che modo?»

«Il bene che i cittadini si proponevano», spiegai, «e per il quale avevano istituito l'oligarchia era la ricchezza eccessiva: non è vero?»

«Sì ».
«Ma l'insaziabile brama di ricchezza e la noncuranza d'ogni altro valore a causa dell'affarismo l'hanno portata alla rovina».
« È  vero» disse.
«E anche la disgregazione della democrazia non è provocata dall'insaziabile brama di ciò che si prefigge come bene?»
«E che cosa, secondo te, si prefigge?»

«La libertà», risposi. «In una città democratica sentirai dire che questo è il bene supremo e quindi chi è libero per natura dovrebbe abitare soltanto là».
«In effetti si ripete spesso questa sentenza», osservò.
«Come stavo per chiederti», proseguii, «non sono dunque la brama insaziabile e la noncuranza d'ogni altro valore a trasformare questa forma di governo e a prepararla ad avere bisogno della tirannide?» «In che senso?», domandò.
«A mio parere, quando una città democratica, assetata di libertà, viene ad essere retta da cattivi coppieri, si ubriaca di libertà pura oltre il dovuto e perseguita i suoi governanti, a meno che non siano del tutto remissivi e non concedano molta libertà, accusandoli di essere scellerati e oligarchici».
«Sì », disse, «fanno questo».
«E ricopre d'insulti», continuai, «coloro che si mostrano obbedienti alle autorità, trattandoli come uomini di nessun valore, contenti di essere schiavi, mentre elogia e onora in privato e in pubblico i governanti che sono simili ai sudditi e i sudditi che sono simili ai governanti. In una tale città non è inevitabile che la libertà tocchi il suo culmine?»

«Come no?»
«Inoltre, mio caro», aggiunsi, «l'anarchia penetra anche nelle case private e alla fine sorge persino tra gli animali».
«In che senso possiamo dire una cosa simile?», domandò.
«Nel senso», risposi, «che ad esempio un padre si abitua a diventare simile al figlio e a temere i propri figli, il figlio diventa simile al padre e pur di essere libero non ha né rispetto né timore dei genitori; un meteco1 si eguaglia a un cittadino e un cittadino a un meteco, e lo stesso vale per uno straniero».
«In effetti accade questo», disse.
«E accadono altri piccoli inconvenienti dello stesso tipo: in una tale situazione un maestro ha paura degli allievi e li lusinga, gli allievi dal canto loro fanno poco conto sia dei maestri sia dei pedagoghi; insomma, i giovani si mettono alla pari dei più anziani e li contestano a parole e a fatti, mentre i vecchi, abbassandosi al livello dei giovani, si riempiono di facezie e smancerie, imitando i giovani per non sembrare spiacevoli e dispotici».
«Precisamente», disse.
«In una città come questa», seguitai, «caro amico, il limite estremo della libertà a cui può giungere il volgo viene toccato quando gli uomini e le donne comprati non sono meno liberi dei loro compratori. E per poco ci dimenticavamo di dire quanto sono grandi la parità giuridica e la libertà degli uomini nei confronti delle donne e delle donne nei confronti degli uomini!».

«Dunque», fece lui, «con Eschilo "diremo quel ch'ora ci venne al labbro"?»2

«È  appunto ciò che sto dicendo», risposi: «nessuno, a meno di non constatarlo di persona, potrebbe convincersi di quanto la condizione degli animali domestici sia più libera qui che altrove.
Le cagne, secondo il proverbio, diventano esattamente come le loro padrone, i cavalli e gli asini, abituati a procedere con grande libertà e fierezza, urtano per la strada chiunque incontrino, se non si scansa, e parimenti ogni altra cosa si riempie di libertà».
«Stai raccontando il mio sogno»,3 disse, «perché anche a me, quando vado in campagna, spesso capita proprio questo».
«Ma non capisci», domandai, «che la somma di tutti questi elementi messi insieme rammollisce l'anima dei cittadini a tal punto che, se si prospetta loro un minimo di sudditanza, si indignano e non lo sopportano? Tu sai che finiscono per non curarsi neppure delle leggi, scritte e non scritte, affinché tra loro non ci sia assolutamente alcun padrone».
«E come se lo so!», rispose.
«Dunque, amico mio», dissi, «questo mi sembra l'inizio bello e vigoroso da cui nasce la tirannide».

Note:
1> Ad Atene i meteci erano gli stranieri residenti, che godevano di alcuni diritti civili ma non di quelli politici; questa discriminazione si poteva però facilmente aggirare, come mostra l'allusione del passo.
Cefalo, il padre di Lisia e Polemarco, era appunto un meteco originario della Sicilia.
2> Eschilo, frammento 334.
3>Vale a dire: parli di cose che conosco benissimo. Cfr. anche Platone, Charmides, 173a; Theaetetus, 201e.




1 commento
Voto medio: 110.0/5
Eligio
2018-11-28 01:26:58
Interessante e triste. constatare come i tempi si siano evoluti ma, la maggior parte degli uomini, nell'animo non sia cambiata … Mah.

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